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Città della Pieve. Pronto soccorso. La sentenza Tar “bomba”. Il testo. Cosa succede ora? Prime riflessioni dopo la sentenza del Tar che ha accolto il ricorso presentato dal Comune di Montegabbione, coadiuvato dal Comitato per il diritto alla Salute.

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Stamattina dopo avere avuto la notizia abbiamo detto che se confermata avrebbe avuto l’effetto di una “bomba” sulla sanità umbra e non solo. Letto il dispositivo della sentenza che pubblichiamo sotto siamo ancora di più convinti del termine che abbiamo usato. Soprattutto se messo insieme a quanto previsto dal Decreto Ministeriale n.70/2015  che ne è all’origine.

Si dice che ASL e Regione Umbria impugneranno la sentenza presso il Consiglio di Stato. Vedremo. Vedremo se ravviseranno nelle motivazioni qualche punto debole. Vedremo se ancora una volta insisteranno nell’operare nei confronti di questa area ai confini con la Toscana, come nei confronti di una area di serie B.

Intanto la sentenza è abbastanza chiara sia nelle motivazioni, sia negli sviluppi e nelle conseguenze che bisognerebbe trarre dalla sua applicazione.

Il Tribunale ha riconosciuto a Montegabbione, ed alla zona intorno all’ex presidio ospedaliero di Città della Pieve ed al suo Pronto Soccorso le caratteristiche delle zone “svantaggiate”. E ha riconosciuto queste zone non coperte dai servizi che sono stati attivati e che erano già attivi.

La sentenza è abbastanza chiara anche nelle indicazioni circa i servizi che vanno attivati e lo fa ai punti 3.2 e 3.3 nella sesta pagina del dispositivo, quando fa riferimento ai presidi di pronto soccorso considerati “nelle disposizioni del DM 70/2015.

Cosa dice questo famoso decreto a proposito del pronto soccorso nelle aree svantaggiate? Ecco il testo

” 9.2.2 Presidi ospedalieri in zone particolarmente disagiate Le regioni e le provincie autonome di Trento e di Bolzano possono prevedere presidi ospedalieri di base per zone particolarmente disagiate, distanti più di 90 minuti dai centri hub o spoke di riferimento (o 60 minuti dai presidi di pronto soccorso), superando i tempi previsti per un servizio di emergenza efficace. I tempi devono essere definiti sulla base di oggettive tecniche di misurazione o di formale documentazione tecnica disponibile.

Per centri hub and spoke si intendono anche quelli di regioni confinanti sulla base di accordi interregionali da sottoscriversi secondo le indicazioni contenute nel nuovo patto per la salute 2014-2016. Tali situazioni esistono in molte regioni italiane per presidi situati in aree considerate geograficamente e meteorologicamente ostili o disagiate, tipicamente in ambiente montano o premontano con collegamenti di rete viaria complessi e conseguente dilatazione dei tempi, oppure in ambiente insulare.

Nella definizione di tali aree deve essere tenuto conto della presenza o meno di elisoccorso e di elisuperfici dedicate. In tali presidi ospedalieri occorre garantire una attività di pronto soccorso con la conseguente disponibilità dei necessari servizi di supporto, attività di medicina interna e di chirurgia generale ridotta. Essi sono strutture a basso volume di attività, con funzioni chirurgiche non prettamente di emergenza e con un numero di casi insufficiente per garantire la sicurezza delle prestazioni, il mantenimento delle competenze professionali e gli investimenti richiesti da una sanità moderna.

Tali strutture devono essere integrate nella rete ospedaliera di area disagiata e devono essere dotate indicativamente di: – un reparto di 20 posti letto di medicina generale con un proprio organico di medici e infermieri; – una chirurgia elettiva ridotta che effettua interventi in Day surgery o eventualmente in Week Surgery con la possibilità di appoggio nei letti di medicina (obiettivo massimo di 70% di occupazione dei posti letto per avere disponibilità dei casi imprevisti) per i casi che non possono essere dimessi in giornata; la copertura in pronta disponibilità, per il restante orario, da parte dell’equipe chirurgica garantisce un supporto specifico in casi risolvibili in loco; – un pronto soccorso presidiato da un organico medico dedicato all’Emergenza-Urgenza, inquadrato nella disciplina specifica così come prevista dal D.M. 30.01.98 (Medicina e Chirurgia d’Accettazione e d’Urgenza) e, da un punto di vista organizzativo, integrata alla struttura complessa del DEA di riferimento che garantisce il servizio e l’aggiornamento relativo.

E’ organizzata in particolare la possibilità di eseguire indagini radiologiche con trasmissione di immagine collegata in rete al centro hub o spoke più vicino, indagini laboratoristiche in pronto soccorso. E’ predisposto un protocollo che disciplini i trasporti secondari dall’Ospedale di zona particolarmente disagiata al centro spoke o hub. E’ prevista la presenza di una emoteca. Il personale deve essere assicurato a rotazione dall’ospedale hub o spoke più vicino.”

In sintesi va fatto a Città della Pieve, un pronto soccorso vero e un reparto di medicina di supporto con 20 posti letto. Ed alcuni altri servizi di supporto. 

Questo è quanto, dopo la sentenza. Ora la palla passa agli sconfitti più importanti, alla Regione e alla Asl,  ma è innegabile che la palla passa anche al Comune di Città della Pieve e ai comuni del Trasimeno a cominciare da quello di Castiglione. E’ una palla pesante, perché viene dopo un primo tempo dal risultato inequivocabile. E’ la sconfitta conseguente alla non realizzazione dell’ Ospedale Unico, alla chiusura del presidio pievese e alla progettazione di un mezzo ospedale a Castiglione e a tutto il resto, compresi i  rattoppi che si è cercato di mettere in piedi successivamente. E il primo tempo parla chiaro anche a proposito di vincitori. E’ il sindaco Fabio Roncella “da Montegabbione”, è il Comitato per la Difesa della Salute.

(g.f)

 

Il Testo della sentenza