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Magione 1921, la divisione della bandiera rossa

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Magione 1921, la divisione della bandiera rossa Ai socialisti, il palo ai neo comunisti toccò il vessillo Gennaio 1921. A Magione, come nel resto d’Italia, arrivò la notizia che a Livorno le due anime socialiste avevano deciso di separarsi, ed anche qui fu subito divorzio. Operai, artigiani, contadini, intellettuali, che fino ad allora avevano lottato insieme per una maggior giustizia sociale si divisero. Alcuni restarono fedeli agli ideali socialisti di Filippo Turati, favorevole alla via parlamentare, da perseguire con il voto democratico e popolare. Altri scelsero il comunismo rivoluzionario, predicato e praticato in Russia da Lenin e Stalin. Qualche anno fa un vecchio e stimato militante comunista di Magione, Ovidio Lillini nato nel 1920, più volte assessore e vicesindaco nel secondo dopoguerra, mi fece un dettagliato racconto su quell’evento lontano, vissuto da bambino a fianco di suo padre, Lillini Marcello.

Mi disse che la scissione non creò ne astio ne odio personale fra chi chi restava e chi usciva dal partito. Anzi. Di comune accordo decisero di dividere in due tutto ciò che avevano, perfino la mitica bandiera rossa, ricamata con falce e martello dalle loro donne. Lo fecero con un sorteggio. Ai socialisti rimase il palo di legno con in cima una piccola falce e martello in metallo. Ai comunisti toccò la storica bandiera, simbolo di tante battaglie unitarie.

Ma quel vessillo, spiegò Lillini, non ebbe fortuna. Per metterlo al sicuro dalle incursioni delle prime squadracce fasciste che nel 1921-22 cominciarono ad assaltare sezioni socialiste e case del popolo, il segretario dei giovani comunisti di Magione appena eletto, tal Dino Tallevi, decise di nasconderla in un posto da lui ritenuto sicuro. In una delle tante nicchie esistenti nella galleria del treno, lunga circa un chilometro, che ancora collega Magione a Torricella. Forse fu una spiata; forse un ritrovamento fortuito; o piuttosto un errore clamoroso. Sì perché quella galleria, fin dalla sua inaugurazione, mezzo secolo prima, era percorsa ogni giorno a piedi da tanti coraggiosi magionesi che pur di raggiungere, velocemente e gratuitamente, le rive del Trasimeno si avventuravano nel cunicolo buio e stretto, calcolando l’intervallo fra il passaggio di due treni. Ma a volte si sbagliavano, e per non essere travolti si rifugiavano proprio nelle nicchie della galleria. Il destino volle che pochi mesi dopo la scissione la bandiera cadde in mani nemiche: quelle di un gruppo di agguerriti ferrovieri fascisti che la bruciarono platealmente.

Ovidio Lillini, senza dirlo, lasciò intendere qualche dubbio su quel giovane segretario comunista che da lì a pochi mesi passò, addirittura, nelle file di Mussolini.

Altri e ben più drammatici i suoi ricordi sul terribile periodo di violenze che caratterizzò il biennio 1921-22. A lui che aveva appena un anno e mezzo, i facinorosi fascisti avrebbero sputato in faccia durante una delle tante incursioni. Suo padre fu anche messo in prigione per la sua assidua militanza comunista, e questo gli avrebbe impedito per sempre di entrare in ferrovia, Difficile verificare ogni particolare del lungo racconto di Ovidio, lucido e ricco di particolari davvero sorprendente. Nonostante la voce flebile degli ultimi mesi di vita – morì nel 2008 – accennò perfino una vecchia canzone di lotta, rimastagli in mente da allora. Un triste ritornello in rima, che veniva cantato a squarciagola contro le camice nere. Eccone un brano significativo: “… Hanno ammazzato Berta, figlio di un pescecane, viva quel comunista che gli pestò le mani…”. Parole apparentemente senza senso e senza un riferimento preciso. Invece quell’episodio, del tutto dimenticato, si verificò realmente e fece scalpore in tutta Italia.

Era il 28 febbraio 1921, a Firenze durante un tentativo delle squadre d’azione di forzare il blocco di sinistra sul vecchio Ponte Sospeso dell’Arno, venne ucciso tal Giovanni Berta, figlio di un piccolo industriale. Secondo le cronache del tempo, più o meno di parte, il giovane che portava una spilla fascista sulla giacca, venne circondato dai social-comunisti e gettato al di là del parapetto del ponte, da dove finì fra i flutti: perché qualcuno gli impedì di aggrapparsi e risalire. Anni bui e tristissimi che, come ben sappiamo, non finirono con l’agognato sol dell’avvenire, ma con vent’anni di dittatura e una guerra disastrosa che la scissione di Livorno, se non favorì in maniera decisiva, di sicuro non aiutò ad ad impedire.

Giampietro Chiodini

 

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