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Valnestore. La Procura chiede l’archiviazione

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(Rassegna stampa) dal Corriere dell’Umbria di Francesca Marruco

L’inchiesta sulla Valnestore rischia di chiudersi con un nulla di fatto. Per la Procura, le condotte degli indagati non hanno causato le morti per tumore dei lavoratori della zona e per questo è stata chiesta l’archiviazione.

“Non c’è nesso causale tra le condotte contestate agli indagati e le morti per malattie tumorali”. Eccolo il passaggio che riassume il motivo per cui i pubblici ministeri. Gemma Miliani e Paolo Abbritti, hanno chiesto l’archiviazione per gli indagati a cui nell’ambito dell’inchiesta sulle ceneri interrate in Valnestore erano state contestate le ipotesi di omicidio e lesioni colpose in relazione ad alcune morti per tumore di altrettanti lavoratori. L’istanza è stata depositata ieri mattina e i familiari delle persone decedute, così come i comitati ambientalisti – seguiti dagli avvocati Valter Biscotti e Valeria Passeri – sono sul piede di guerra: hanno già annunciato che depositeranno l’opposizione e stamane spiegheranno in una conferenza stampa le loro motivazioni. Intanto però, nelle 47 pagine di richiesta della Procura (in cui tra comitati, associazioni e congiunti di persone decedute, sono individuate 239 parti offese) sta scritto che “gli elementi acquisiti nel corso delle indagini preliminari depongono per la infondatezza della notizia di reato o comunque appaiono non idonei a sostenere l’accusa in giudizio”. L’unico reato per cui i pubblici ministeri proseguiranno con l’esercizio dell’azione penale è l’omessa bonifica per le 350mila tonnellate di ceneri interrate. Per cui, nonostante, come sta scritto nella richiesta “i risultati degli accertamenti medico scientifici hanno consentito di individuare alcune attività a rischio cancerogeno che sono sta te espletate sia in centrale che in miniera fino agli anni 90 e rappresentate dalle attività di escavazione in miniera con terreno argilloso alla presenza di materiali contenenti amianto”, “gli accertamenti particolarmente complessi per il numero elevato di persone offese, per l’arco temporale intercorso e per la specificità della materia, non sono in grado di provare, oltre ogni ragionevole dubbio, il nesso causale tra le condotte contestate agli indagati”. Stando a quanto contenuto nella relazione della Usi Umbria 1, “in assenza di documenti certi non è possibile per alcuno esprimersi in termini di mortalità e morbosità per patologie neoplastiche nella popolazione lavorativa in questione ne avanzare ipotesi in termini di rischio ambientale”.

“Nello specifico – è sempre il documento dei pm – la consulenza accerta che solo nella metà dei casi segnalati si è riusciti a trovare un riscontro favorevole, cioè un’effettiva causa di morte per patologia neoplastica e comunque non ha palesato significative differenze rispetto alla popolazione in generale. In particolare si segnala, sia tra i deceduti che tra gli ammalati, l’assenza di casi di tumori ad alta frazione eziologica, cioè di tumori che sono pe r la gran parte correlati ad attività lavorative”. Non solo, i pm chiedono anche l’archiviazione per l’inquinamento ambientale. “Sulla base di un contraddittorio cartolare effettuato in prognosi dibattimentale – scrivono – non si possono dire sussistenti elementi idonei a sostenere l’accusa. Come evidenziato da Arpa Umbria, al momento non vi sono elementi per valutare la sussistenza di porzioni estese del suolo colpite da inquinamento. Nondimeno – sono sempre i pm – le condotte potrebbero diversamente essere qualificate come gestione di discarica non autorizzata”.

 

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